Daniela Rinaldi, marchigiana doc, dall’anima vagabonda ma con il cuore ben saldo in cucina nella terra di origine, le Marche, piena zeppa di eccellenze e persone che ogni giorno tengono alto il nome di questa regione. Da conduttrice radiofonica ha portato la cucina in radio, gli chef sono da sempre amici e ospiti nei suoi programmi e, tra una ricetta e l’altra, la cucina è diventata la protagonista della sua vita. Oltre al mio blog A Tavola da Daniela dove propone ricette semplici, sane, gustose ed economiche, si è aperta anche la strada della televisione. Grazie all’amico Cristiano Vaccaroni con la sua Radio Marche nel Mondo.
Oggi è la nostra ospite per la Rubrica “RACCONTA LA TUA STORIA”, benvenuta Daniela.

Nel 1981, a soli 14 anni, hai scoperto casualmente il mondo della radio grazie a tua cugina e hai condotto “Jukebox Time” a Loreto. In un’intervista per “Qualcosa di Personale” hai raccontato che davanti al microfono “le persone si accorgevano che esistevo”, mentre nella vita eri invisibile. A 17 anni hai perso l’opportunità di lavorare per Radio Vaticana a Roma per il rifiuto di tuo padre. Come hai vissuto quella delusione e cosa rappresenta oggi per te il mondo della radio dopo tutti questi anni?
“Al momento del no di mio padre ci sono rimasta male, ma non quanto si potrebbe immaginare. In fondo, dentro di me, sapevo già che quella risposta sarebbe arrivata. Avevo solo 17 anni e non avevo ancora piena consapevolezza del mio potenziale, né di quanto quella opportunità potesse essere determinante per il mio futuro in radio. Per questo non mi sono resa davvero conto, in quell’istante, di ciò che stavo perdendo.
La consapevolezza è arrivata più tardi, osservando le carriere di persone che avevano la mia stessa età e che avevano avuto il coraggio – o semplicemente la possibilità – di entrare in quel mondo. Solo allora ho capito il valore di quell’occasione mancata, ma era ormai troppo tardi per tornare indietro. In quel periodo, nella mia vita era entrato l’uomo che sarebbe poi diventato mio marito, e inevitabilmente le priorità erano cambiate: il sogno professionale aveva lasciato spazio a una nuova dimensione personale, altrettanto importante.
Oggi, guardando il mondo della radio, mi rendo conto che è profondamente diverso da quello che avevo immaginato e desiderato. Le radio-visioni, i linguaggi sempre più uniformi, una comunicazione spesso compressa e spersonalizzata hanno trasformato l’etere in qualcosa che sento meno mio. Dopo anni di passione e dedizione, da circa un anno ho scelto di fare un passo indietro, perché non provavo più gioia autentica nel fare radio così com’è diventata oggi.
Resto però profondamente legata all’idea di una comunicazione vera, empatica, capace di creare relazione. È quella scintilla che mi ha accompagnata fin dall’inizio e che continuo a cercare, anche fuori dagli schemi tradizionali.”

A 21 anni hai incontrato Fabio, che aveva già due figli da una relazione precedente. Hai raccontato di esserti sentita “l’intrusa in una famiglia dove c’è stata già una separazione”. Nel 2000, quando vostro figlio Edoardo aveva 6 anni e mezzo, Fabio si è ammalato di tumore terminale. Il professor Aglietta di Torino ti comunicò telefonicamente che c’erano solo due mesi di vita, ma tu hai lottato contro tutti i medici riuscendo a prolungare la sua vita fino al 9 gennaio 2001. Cosa ti ha dato la forza di combattere quella battaglia e come hai affrontato la perdita con un bambino piccolo da crescere?
“Avevo 32 anni e un bambino di sei. Il primo pensiero non è stato per me, ma per lui: mio figlio non può perdere il padre così presto. È stato un pensiero immediato, istintivo, quasi animale. Il vuoto che ho provato nel momento in cui ho compreso il destino di mio marito è qualcosa che non si può davvero spiegare a parole. Mi sentivo sul ciglio di un burrone, con la sensazione costante di stare per perdere l’equilibrio da un momento all’altro.
La forza che ho trovato per affrontare tutto questo non so ancora oggi da dove sia arrivata. Forse dall’incoscienza, forse dal dolore devastante di una perdita annunciata, forse dall’amore immenso per mio marito e per la vita stessa. Non saprei dare una risposta razionale. So solo che, dal momento in cui il professor Aglietta mi ha comunicato quel “verdetto”, dentro di me è successo qualcosa: mi sono come sdoppiata. Ho indossato una maschera, una sorta di armatura emotiva, che mi ha permesso di affrontare un nemico che sapevo esistere, che veniva definito imbattibile, ma che io mi rifiutavo di accettare come tale.
Era come a scuola, quando prendevi un brutto voto e facevi di tutto per recuperare, per dimostrare che potevi arrivare alla lode. Io ho fatto esattamente questo: ho combattuto, ho insistito, ho cercato ogni possibilità. Quella maschera mi ha protetta dal dolore continuo che mi veniva inflitto quando, uno dopo l’altro, i medici negavano persino una chemioterapia, perché per loro mio marito era già un malato terminale e quindi “non si doveva fare nulla”. Neppure per alleviare il dolore.
All’epoca, la terapia del dolore non era diffusa e strutturata come lo è oggi. E io mi sono trovata a lottare non solo contro la malattia, ma contro un sistema che sembrava aver già deciso. Quell’armatura è stata l’unico modo che ho avuto per restare in piedi, per proteggere mio figlio e per continuare ad amare mio marito fino all’ultimo, senza crollare.”

Nel 2015 ti è stato diagnosticato un meningioma “grande come due arance” che aveva spostato il cervello. Dopo l’operazione del neurochirurgo Dobran, hai dovuto ricominciare da capo come “un bambino di 6 mesi”: non riuscivi a stare seduta, avevi perso l’equilibrio, non riuscivi ad articolare le parole. Hai raccontato di essere stata “due anni buoni ferma senza poter ritornare a lavorare” e che il mondo della radio, “molto veloce”, non ti ha aspettata. Come hai vissuto quel senso di abbandono professionale proprio nel momento di maggiore fragilità?
“Il senso dell’abbandono è un filo che, in modi diversi, sembra attraversare la mia vita. Dall’abbandono familiare a quello lavorativo, cambia il contesto ma non la sensazione: ogni volta è come se mi venisse chiesto di ripartire da zero. La parte più dura è che succede sempre quando penso che tutto stia andando bene, quando finalmente mi concedo l’idea che le cose possano scorrere senza scosse.
Nel 2015 vivevo uno dei momenti professionalmente più intensi e soddisfacenti della mia carriera. Ero la voce di gran parte dei centri commerciali d’Italia, realizzavo format radiofonici per sette regioni e curavo notiziari regionali con rassegne stampa. Passavo in studio dieci, dodici ore al giorno. Era faticoso, sì, ma profondamente mio. Sentivo di essere esattamente dove dovevo essere.
Poi, come spesso accade, è arrivata la vita a rimescolare le carte e a decidere per me. Prima la scelta obbligata di affrontare un’operazione alla testa rischiosa, poi la necessità di ricominciare a vivere partendo dalle basi più elementari: imparare di nuovo a stare in piedi, a fidarmi del mio corpo, a ricostruire gesti che davo per scontati.
La perdita del lavoro in quel momento è stata come una fucilata. Non accettavo l’idea di non poter lavorare, di vedere svanire tutto ciò per cui avevo lottato con dedizione, sacrificio e amore. Mi sono sentita improvvisamente di serie B, a tratti inutile, altre volte relegata al ruolo di “scorta”, chiamata solo quando serviva e dimenticata subito dopo.
Eppure, anche in quel vuoto, ho continuato a resistere. Perché se c’è una cosa che la vita mi ha insegnato è che posso perdere tutto, ma non la mia voce, la mia identità e la capacità di ricominciare. Ogni volta diversa. Ogni volta un po’ più consapevole.”

Hai detto: “quando ho cominciato a capire che ero io la prima medicina per riprendermi ho cominciato a cucinare”. Il primo piatto che hai preparato dopo l’operazione sono stati gnocchi con fagioli schiacciati, nonostante non ti piacessero i fagioli e non avessi forze. Da lì è nato il blog “A tavola DA Daniela” e hai scritto libri come “Giovedì gnocchi” e “Il mio secondo tempo”. Come è avvenuta questa trasformazione della cucina da semplice necessità quotidiana a strumento di guarigione e poi a progetto editoriale?
“Di necessità virtù”, si dice. E nel mio caso è stato così, quasi per caso. Non avrei mai immaginato di dedicare così tanto tempo alla cucina, né tantomeno di trovare proprio lì una forma di cura capace di farmi riemergere da un dolore profondo, amplificato da una solitudine che avevo in parte scelto io. Mi ero isolata perché non volevo accanto persone che potessero compatirmi. La compassione, per me, non è mai stata d’aiuto: anzi, spesso peggiora le ferite invece di guarirle.
A un certo punto, però, è arrivata anche la scrittura. È diventata una necessità vitale. Ogni volta che mi sentivo sopraffatta, incapace di fare qualsiasi cosa, e le lacrime prendessero il sopravvento, iniziavo a scrivere. Raccontavo ciò che avevo attraversato, rivivevo le emozioni, e in modo quasi sorprendente dal dolore nasceva la gioia. A volte mi scoprivo persino a ridere. È così che è nato il mio romanzo terapeutico, Il mio secondo tempo.
Anche il titolo è arrivato da solo, come se fosse sempre stato lì ad aspettarmi. Al mio risveglio in ospedale risuonava una canzone dei Pooh che diceva: “comincia da qui il secondo tempo della vita mia…”. In quel momento ho capito che sì, stavo davvero ricominciando.
Oggi cucinare e scrivere fanno parte della mia vita quanto respirare. Inventare ricette, trasformare il cibo in gesto d’amore, regalarlo a chi ne ha bisogno: sono tutte forme diverse della stessa cosa. Prendersi cura. Degli altri, ma soprattutto di sé.”

Hai dichiarato in un’intervista che ciò che ti è mancato di più nella vita è stata “una libertà di informazione”, sentendoti “un ignorante” dentro per non aver potuto studiare oltre la terza media. Dopo le medie, a causa dei problemi familiari, sei stata costretta a lavorare come falegname. Questa mancanza di istruzione formale come ha influenzato il tuo percorso e come hai colmato nel tempo questa fame di conoscenza?
“L’impossibilità di studiare mi ha accompagnata per tutta la vita come una voce silenziosa ma costante, una di quelle che non ti urlano contro, ma che finiscono per condizionare ogni scelta. Mi ha fatto sentire spesso inadatta, fuori posto, come se mancasse sempre un tassello per potermi sedere davvero a un tavolo, in qualsiasi contesto.
Non mi sentivo all’altezza di cercare lavoro con ambizione, di immaginare un salto di carriera, né di accettare l’attenzione di uomini colti e facoltosi che si avvicinavano a me. Mi tiravo indietro prima ancora di provarci, convinta che ci fosse un confine invisibile che non avevo il diritto di attraversare.
Eppure, non ho mai smesso di cercare il sapere. Ho letto tantissimo, continuo a leggere, a studiare, ad ascoltare. Mi nutro delle storie degli altri, delle esperienze, delle parole dette con senso e profondità. Spesso ascolto in silenzio, resto un passo indietro, evito di farmi notare. Non per mancanza di idee, ma per rispetto verso ciò che ancora sento di dover imparare.
Perché il sapere, per come lo intendo io, non è un titolo né una posizione conquistata. È un percorso che richiede umiltà, tempo e dedizione. E finché sentirò di essere in cammino, resterò in disparte, ad apprendere. Non per sentirmi meno, ma per diventare, un giorno, davvero me stessa.”

Nel tuo libro “Il mio secondo tempo” vuoi trasmettere il messaggio: “se ce l’ho fatta io, ce la potete fare tutti” perché ce l’hai fatta “con zero di tutto”. Hai anche detto di essere “una pazza quasi sessantenne che ama la vita come se avesse vent’anni”. Quali consigli daresti alle donne che stanno attraversando momenti di difficoltà, che sia una malattia, un lutto o una crisi professionale? Cosa significa per te rinascere e ricominciare?
“Nel mio percorso di riabilitazione ho incontrato tante persone: uomini e donne di ogni età, accomunati dalla fatica, dalla paura, dalla fragilità. Ma quelle che mi hanno toccato più in profondità sono state alcune donne sposate. Donne che, mentre combattevano una malattia o affrontavano un’operazione importante, si sono ritrovate a combattere anche un’altra battaglia: l’assenza di chi avrebbe dovuto esserci.
Aspettavano una visita e ricevevano silenzi. Speravano in una mano e trovavano distanza. Alcune sono state lasciate subito dopo la diagnosi. Donne ferite due volte, doppiamente sole, abbandonate nel momento in cui avevano più bisogno di amore. Guardarle mi ha fatto male, ma mi ha anche aperto gli occhi con una chiarezza definitiva: tutto, davvero tutto, parte da noi stesse.
Dobbiamo reagire. Dobbiamo amarci, coccolarci, prenderci sul serio. Dobbiamo apprezzarci e smettere di aspettarci salvezze dall’esterno. Non perché non sia bello essere amati, ma perché la nostra forza non può dipendere da nessuno.
Io vengo da un abbandono familiare, da una vedovanza, da una malattia che mi ha distrutto nel corpo e nell’anima. Avrei avuto tutte le “giustificazioni” per ritirarmi, per restare a casa a leccarmi le ferite, anche con un’invalidità che l’operazione mi ha lasciato addosso come un segno permanente. E invece no. Ho reagito. Ho ricominciato da zero. E l’ho fatto più forte di prima, anche quando non me ne rendevo conto.
Oggi posso dirlo senza esitazione: mi voglio bene davvero. Apprezzo, stimo e rispetto la Daniela falegname — quella che ha costruito se stessa pezzo dopo pezzo, anche quando pensava di non esserne capace.
E allora lo dico a tutte: donne, ragazze, figlie, madri, nonne, zie. Se ce l’ho fatta io a tornare a vivere, fidatevi: potete farcela anche voi.
E se in qualche momento vi sembra impossibile, se vi sentite perse, stanche, spezzate… chiamatemi. Parliamo. Io ci sono.”

Sito web ufficiale: https://www.atavoladadaniela.it/
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