Lisa Di Giovanni, originaria di Teramo vive a Roma da oltre vent’anni. Laureata in Psicologia e specializzata con un Master in HR Executive Manager presso la RBS, lavora da oltre vent’anni in una nota società di telecomunicazioni. Parallelamente, è fondatrice e titolare dell’agenzia P.R. & Editoria, dedicata all’editoria, alla promozione culturale e all’organizzazione di eventi.
È inoltre coach umanistico integrato, ambito nel quale opera con un approccio centrato sulla persona, sulla consapevolezza e sullo sviluppo del potenziale individuale.
Giornalista pubblicista, dirige il semestrale cartaceo La finestra sul Gran Sasso e cura la rubrica “Echi di Psiche” su Fix On Magazine e su Radio Incontro Terni. Nell’ambito della sua attività giornalistica si occupa sia di cronaca nera sia di cronaca bianca, con particolare attenzione ai risvolti sociali, umani e psicologici dei fatti trattati.
Autrice prolifica, ha pubblicato numerosi libri, tra cui La Libellula, Il tulipano rosso, Daylight; è coautrice di Phoenix – Il potere immenso della musica, Libere spudorate sinapsi alfabetiche e 360° di benessere, nonché autrice di La ferocia con il pizzo e della raccolta di haiku Centomila stagioni di cuore (Edizioni Jolly Roger).
È inoltre coautrice di Huma’s End – fumetto: L’uomo senza dolore e di Il mosaico della consapevolezza (Edizioni Jolly Roger), opera di recente pubblicazione, per la quale ricopre anche il ruolo di Responsabile Editoriale della collana “Poesia”.
Dal 2023 è Presidente del Premio Letterario Nazionale FavolosaMente, riconosciuto per la sua capacità di valorizzare autori e opere di qualità nel panorama letterario contemporaneo.
Il 2024 ha segnato un anno di importanti riconoscimenti: l’8 gennaio ha ricevuto il premio Energie per Roma nella Sala della Promoteca in Campidoglio, onorificenza conferita a personalità distintesi nei settori culturale, imprenditoriale e sociale della Capitale.
Nello stesso anno ha vinto il Premio Internazionale Letterario Omaggio a Pasolini, promosso dal Cenacolo Internazionale Le Nove Muse, con il patrocinio della Union Mundial de Poetas por la Paz y la Libertad e del CIESART. Nel 2025 ha ricevuto il Premio “Tracce e Visioni” per la raccolta poetica Haiku. Centomila stagioni di cuore e il Premio “Note e Parole”, entrambi conferiti in Campidoglio, rispettivamente presso la Sala del Carroccio e la Sala Laudato si’, per la sua attività di promozione culturale attraverso P.R. & Editoria. Il 28 dicembre 2025 le è stato inoltre assegnato il prestigioso Premio Internazionale Carlo delle Piane per il Giornalismo e l’Editoria, con la seguente motivazione: «per l’instancabile attività di promozione culturale e la capacità di costruire ponti tra comunicazione e sociale».
Attiva in ambito editoriale, è Responsabile della Comunicazione per le case editrici I Libri di Icaro e Sogni di Carta, oltre a operare come intermediario diretto per Armando Curcio Editore.
Ricopre inoltre diversi ruoli istituzionali e sociali: è Responsabile della Comunicazione e del Marketing nel direttivo dei Lions Valle Siciliana – Isola del Gran Sasso, Portavoce regionale di ANAS (Associazione Nazionale di Azione Sociale) con delega ai rapporti istituzionali e alla promozione dell’inclusione, Tesoriere dell’associazione CardioRes, impegnata nella prevenzione delle malattie cardiovascolari, ed è partner nazionale di Prison Fellowship Italia, con cui collabora a progetti di carattere sociale e di reinserimento.
È direttrice di LibrOfficina, progetto culturale che integra rivista, trasmissione radiofonica e canale televisivo, in collaborazione con Fabio Gimignani di Edizioni Jolly Roger.
Ospite frequente di programmi televisivi dedicati al sociale, alla cultura e alla cronaca, Lisa Di Giovanni continua a coniugare impegno civile, attività editoriale e produzione culturale, affermandosi come punto di riferimento nel panorama culturale contemporaneo.

Lisa, guardando la tua biografia si rimane colpiti dalla vastità dei tuoi ambiti di attività: psicologia, telecomunicazioni, editoria, giornalismo, coaching. Come sei riuscita a costruire questo percorso così articolato? C’è stato un filo conduttore che ha guidato le tue scelte?
“Il filo conduttore è sempre stato l’essere umano, nella sua complessità e nella sua straordinaria capacità di trasformarsi. Sigmund Freud ci ha insegnato che “l’Io non è padrone in casa propria”: questa consapevolezza mi ha spinto, fin dall’inizio, a voler comprendere ciò che muove le persone, spesso al di là di ciò che è visibile o dichiarato. Non ho mai pensato alla mia vita professionale come a compartimenti stagni. Psicologia, telecomunicazioni, editoria, giornalismo, coaching sono stati per me linguaggi diversi per esplorare la stessa domanda: chi siamo davvero? Carl Gustav Jung parlava di individuazione, del percorso che porta ciascuno a diventare ciò che è autenticamente. Il mio cammino professionale segue proprio questa logica: integrare, non separare. Ogni scelta è nata da un ascolto profondo, da un bisogno di senso, non da un calcolo strategico. Ed è questo che ha reso il percorso articolato, ma coerente.”
Hai parlato spesso dell’importanza di cadere e rialzarsi. Puoi raccontarci un momento particolare della tua vita in cui hai dovuto affrontare una difficoltà significativa e come sei riuscita a trasformarla in un’opportunità di crescita?
“Sì, e oggi posso dire che è stato uno dei momenti più formativi della mia vita. Jung affermava che «non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo conscia l’oscurità». Ho attraversato un periodo in cui mi sentivo svuotata, schiacciata tra grandi responsabilità e fragilità personali che avevo rimandato troppo a lungo. In quel passaggio ho trovato un grande sostegno anche nel pensiero stoico. Epitteto insegna che non sono gli eventi in sé a ferirci, ma il modo in cui li interpretiamo. Quando ho smesso di chiedermi “perché a me?” e ho iniziato a domandarmi “che cosa mi sta chiedendo questa esperienza?”, qualcosa è cambiato radicalmente. Non potevo controllare ciò che stava accadendo, ma potevo scegliere come attraversarlo. E questa è una lezione profondamente stoica. Cadere è stato doloroso, ma rialzarmi ha significato riconoscere i miei limiti, chiedere aiuto, rimettere in discussione convinzioni che non mi rappresentavano più. Marco Aurelio scriveva che l’ostacolo è la via: ciò che ci blocca diventa, se lo accettiamo, lo strumento della nostra crescita. Ho imparato che la forza non sta nell’evitare la caduta, ma nel non identificarsi con essa. È lì che ho capito che la resilienza non è resistere sempre, stringere i denti o fingere invulnerabilità. La resilienza è discernimento: sapere cosa dipende da noi e cosa no, e agire con responsabilità solo su ciò che possiamo davvero trasformare. In questo senso, rialzarsi non è tornare come prima, ma diventare qualcosa di più consapevole, più essenziale, più vero.”

Sei direttrice di due testate giornalistiche e responsabile della comunicazione per diverse realtà editoriali. Quali sono state le sfide principali che hai dovuto affrontare come donna in ambito editoriale e come le hai superate?
“La sfida più grande è stata essere riconosciuta nella mia autorevolezza senza rinunciare alla mia identità. In molti contesti ho percepito diffidenza verso una donna giovane, poliedrica, non facilmente etichettabile. Freud parlava di resistenze: le ho incontrate spesso, fuori e dentro i contesti professionali. Ho imparato presto a non leggere queste dinamiche in termini di invidia o competizione. A me appartiene l’ammirazione, non l’invidia. Ammirare significa riconoscere il valore dell’altro senza sentirsi diminuiti. Nella vita c’è chi arriva un giorno prima di te e chi arriva dopo, magari con un salto doppio: confrontarsi ossessivamente è sterile. Come ricordava Epitteto, non sono i fatti a turbarci, ma il giudizio che diamo su di essi. Le resistenze le ho attraversate restando fedele a me stessa, lavorando con rigore, coerenza e integrità. Ho imparato che non serve alzare la voce per affermarsi: il tempo e la qualità del lavoro parlano. E parlano forte.”
Nel 2024 e 2025 hai ricevuto numerosi premi prestigiosi, nonostante la tua giovane età. Cosa rappresentano per te questi riconoscimenti e quale messaggio vorresti trasmettere ai giovani che si stanno affacciando al mondo del lavoro e della cultura?
“Li vivo come una responsabilità, non come un traguardo. Sono riconoscimenti che danno valore a un lavoro spesso invisibile, fatto di cura, costanza e visione. Jung diceva che «il privilegio di una vita è diventare chi si è»: per me questi premi indicano che sto camminando in quella direzione. Credo anche che essere emulati sia un privilegio: significa aver aperto una strada. E, paradossalmente, essere criticati è spesso il complimento più grande. L’indifferenza è silenzio sterile; la critica indica che stai incidendo, che stai muovendo qualcosa. Shakespeare lo aveva compreso bene: chi prova a dire qualcosa di autentico difficilmente passa inosservato. Ai giovani direi di non inseguire il successo immediato. Coltivate competenze, curiosità, profondità. Il vero riconoscimento arriva quando ciò che fate è allineato con ciò che siete.”

Sei molto attiva nel sociale come Portavoce di A.N.A.S., nei Lions, in CardioRes e con Prison Fellowship Italia. Da dove nasce questo forte impegno civile e come riesci a conciliarlo con tutte le tue altre attività professionali?
“Nasce dall’ascolto delle storie che restano ai margini. Freud ci ha insegnato che ciò che viene rimosso ritorna, spesso sotto forma di disagio. Il mio impegno con A.N.A.S., Lions, CardioRes e Prison Fellowship Italia è il tentativo concreto di dare voce a ciò che la società tende a non vedere. Quando l’impegno è autentico non pesa: nutre. E restituisce senso anche al lavoro professionale.”
Hai fondato P.R. & Editoria 5 anni fa, lavorando contemporaneamente in una società di telecomunicazioni. Quale consiglio daresti alle donne che vogliono realizzare i propri progetti ma temono di non avere abbastanza tempo o risorse?
“Direi loro di non aspettare il momento giusto, perché non esiste. Jung parlava di sincronicità, ma le opportunità vanno anche create. Io ho fondato P.R. & Editoria mentre lavoravo a tempo pieno: non avevo più tempo, avevo una visione. Credo profondamente che le donne debbano diventare autonome: economicamente, emotivamente, culturalmente. L’autonomia non è durezza, è libertà. Solo una donna autonoma può scegliere davvero: può amare senza dipendere, può sbagliare senza annullarsi, può permettersi anche la leggerezza, persino la frivolezza, perché nasce da una struttura solida. Shakespeare scriveva: «Sii fedele a te stesso e ne seguirà, come la notte il giorno, che tu non possa essere falso con nessuno». L’autonomia è questo: fedeltà a sé.”

Nel tuo lavoro di coach umanistico integrato e nella tua rubrica “Echi di Psiche” ti occupi di consapevolezza e sviluppo del potenziale individuale. Qual è l’insegnamento più importante che vuoi trasmettere alle persone che segui?
“Che nessuno è rotto. Questa è forse la consapevolezza più potente e, allo stesso tempo, più difficile da accettare. Freud ci ha insegnato che i sintomi non sono difetti da eliminare, ma messaggi da ascoltare: segnali di qualcosa che richiede attenzione, integrazione, senso. Quando una persona arriva in coaching portando disagio, confusione o stanchezza, non porta un problema da riparare, ma una storia che vuole essere compresa. Viviamo in una cultura che spinge continuamente a “funzionare”, a correggere, a ottimizzare. Io credo invece che le persone non vadano aggiustate, ma riconosciute. Dentro ognuno esiste un potenziale enorme che spesso resta inespresso non per mancanza di capacità, ma per eccesso di rumore: aspettative esterne, ruoli imposti, paure interiorizzate. Jung parlava di individuazione come del processo attraverso cui diventiamo ciò che siamo davvero, non ciò che ci è stato chiesto di essere. Il coaching, per me, è uno spazio che favorisce proprio questo processo. Il mio lavoro consiste nel creare luoghi di silenzio e ascolto, sempre più rari nel mondo contemporaneo. Spazi in cui non si giudica, non si accelera, non si dà una risposta immediata. È lì che le persone iniziano a sentire di nuovo se stesse, a distinguere ciò che è autentico da ciò che è solo adattamento. Non offro soluzioni prefabbricate: accompagno le persone a fare chiarezza, a recuperare responsabilità e libertà insieme. Quando qualcuno comprende di non essere rotto, ma semplicemente in una fase di passaggio, cambia tutto. Torna la fiducia, non come ottimismo ingenuo, ma come consapevolezza. Ed è in quel momento che il cambiamento diventa possibile, perché nasce dall’interno, non dall’urgenza di correggersi, ma dal desiderio di essere finalmente allineati con la propria verità.”
Hai menzionato più volte l’importanza di circondarsi di persone affini e di “tagliare i rami secchi”. Puoi spiegare meglio questo concetto? Come si fa a riconoscere quando è il momento di allontanarsi da relazioni o situazioni che non ci fanno crescere?
“È una metafora di crescita e di responsabilità verso se stessi. Jung diceva che ciò a cui resistiamo persiste: continuare a trattenere ciò che non ci appartiene più, per paura o abitudine, significa restare bloccati. I rami secchi sono relazioni, contesti, ruoli, abitudini che in passato hanno avuto una funzione, ma che oggi non portano più vita. Lo si riconosce da un segnale molto chiaro: quando qualcosa ci svuota invece di nutrirci. Quando, dopo un incontro, una situazione o una scelta, restano stanchezza, tensione, senso di incoerenza. Non è una condanna dell’altro, né una fuga dalle difficoltà. È un atto di lucidità. Tagliare i rami secchi non è un gesto impulsivo, ma il risultato di un ascolto profondo. Richiede tempo, onestà e spesso anche dolore, perché significa rinunciare a ciò che è stato, accettare che alcune fasi siano concluse. Ma è anche un atto di rispetto: verso se stessi e verso gli altri. Restare dove non c’è più verità genera risentimento, non legami. In questo senso, allontanarsi non è egoismo. È maturità. È scegliere di non vivere per inerzia, di non restare in contesti che chiedono adattamento continuo a scapito dell’autenticità. Solo liberando spazio si permette a qualcosa di nuovo — più allineato, più vitale — di crescere. E questa, alla fine, è una forma profonda di amore verso se stessi.”

Come Presidente del Premio Letterario Nazionale FavolosaMente, hai la possibilità di scoprire e valorizzare nuovi talenti. Cosa cerchi in un autore e cosa consigli a chi vuole intraprendere la carriera di scrittore oggi?
“Cerco innanzitutto autenticità. Una voce riconoscibile, non costruita per piacere o per adattarsi alle mode del momento. Cerco una scrittura necessaria, che nasca da un’urgenza reale e non dal desiderio di visibilità. Un buon autore non scrive perché vuole pubblicare, ma perché non può fare a meno di scrivere. Nel valutare un testo, mi interessa la qualità dello sguardo prima ancora della tecnica. La tecnica si affina, lo sguardo no. Si sente subito quando una storia nasce da un’esperienza interiorizzata, da una domanda vera, piuttosto che da un’imitazione. La letteratura, quando è tale, è sempre un atto di esposizione e di responsabilità. A chi vuole intraprendere oggi la strada della scrittura dico di leggere molto, scrivere con costanza e accettare il rifiuto come parte del percorso. Anche Freud è stato rifiutato a lungo prima di essere compreso. Il rifiuto non è una sentenza sul valore personale, ma un passaggio di crescita. Serve pazienza, disciplina e una buona dose di umiltà. La scrittura non è una scorciatoia verso il successo, ma un percorso di consapevolezza. Richiede tempo, ascolto, capacità di stare nella complessità. Chi accetta questo cammino scopre che il vero riconoscimento non è la pubblicazione in sé, ma la costruzione di una voce che, nel tempo, diventa davvero propria.”
Hai recentemente ricevuto il Premio Internazionale Carlo delle Piane per “la capacità di costruire ponti tra comunicazione e sociale”. In che modo la comunicazione può essere uno strumento di cambiamento sociale?
“La comunicazione crea immaginari, e gli immaginari guidano i comportamenti. Le parole che scegliamo, le storie che raccontiamo, le immagini che rendiamo visibili definiscono ciò che una società considera normale, desiderabile o possibile. Per questo la comunicazione non è mai neutra: educa, orienta, include o esclude. Se raccontiamo solo modelli di perfezione, successo immediato e vite senza fratture, produciamo esclusione e frustrazione. Chi non si riconosce in quelle narrazioni si sente inadeguato, fuori posto. Al contrario, quando la comunicazione dà spazio anche alla fragilità, all’errore, alla possibilità di cadere e rialzarsi, apre scenari di identificazione e di riscatto. Le persone non hanno bisogno di eroi irraggiungibili, ma di storie vere. Una comunicazione etica è quella che si assume la responsabilità dell’impatto che ha sugli altri. Non semplifica la complessità per comodità, non usa la paura come leva, non spettacolarizza il dolore. Al contrario, costruisce senso, favorisce il pensiero critico, restituisce dignità alle esperienze umane anche quando sono scomode. In un tempo dominato dalla velocità e dalla polarizzazione, comunicare in modo consapevole significa rallentare, scegliere le parole, interrogarsi sulle conseguenze. È così che la comunicazione diventa uno strumento potente di cambiamento sociale: non perché convince, ma perché rende possibile immaginare alternative. E ciò che riusciamo a immaginare, prima o poi, possiamo anche costruirlo.”

Sei autrice di numerosi libri che spaziano dalla narrativa alla poesia, dal fumetto ai saggi. Come si inserisce la scrittura creativa nel tuo percorso professionale e personale? È una necessità, una passione o entrambe?
“Entrambe, e in modo inscindibile. La scrittura non è mai stata per me solo un’espressione artistica o un esercizio creativo: è una necessità vitale. Scrivere è il mio modo di respirare, di dare forma al pensiero e all’emozione, di mettere ordine senza semplificare. Quando scrivo, non cerco risposte immediate, ma uno spazio in cui le domande possano esistere. Jung scriveva per dialogare con il proprio inconscio, per rendere visibile ciò che altrimenti resterebbe sommerso. In questo mi riconosco profondamente. La scrittura è un atto di ascolto prima ancora che di produzione: richiede silenzio, tempo, disponibilità a lasciarsi attraversare da ciò che emerge, anche quando non è comodo o rassicurante. È il luogo in cui tutte le parti di me si incontrano: la razionalità e l’intuizione, la fragilità e la forza, l’esperienza professionale e quella più intima. Non scrivo per esibire, ma per comprendere. E quando la scrittura riesce a toccare anche chi legge, non è perché offre certezze, ma perché riconosce una complessità condivisa. In questo senso, la scrittura creativa è insieme passione e responsabilità. È un gesto che chiede onestà, perché le parole non sono mai neutre. Possono ferire o aprire, chiudere o creare spazio. Io scelgo di usarle per aprire.”
Alle donne che ci leggono e che magari si sentono scoraggiate o pensano che sia troppo tardi per realizzare i propri sogni, cosa vuoi dire? Qual è il messaggio più importante che vuoi trasmettere attraverso la tua storia?
“Che non è mai troppo tardi. Freud parlava di pulsione di vita: è lì, anche quando sembra silenziosa. Ogni età ha il diritto di desiderare, di cambiare, di ricominciare. Direi anche di non lasciarsi paralizzare dal confronto e dal giudizio. L’ammirazione costruisce, l’invidia consuma. La critica, quando arriva, va ascoltata ma non temuta: spesso è il segnale che si sta andando oltre i confini comodi. Come insegnava Epitteto, ciò che conta davvero è ciò che dipende da noi: il nostro impegno, la nostra coerenza, la nostra direzione. Non permettete alla paura — né a quella degli altri — di decidere per voi.”
Guardando al futuro, quali sono i progetti che ti stanno più a cuore e in quale direzione vorresti portare il tuo impegno culturale e sociale?
“Continuare a costruire ponti: tra cultura e sociale, tra comunicazione e azione, tra individui e comunità. È il filo che attraversa tutto ciò che faccio. Voglio continuare a dare spazio a voci nuove, a progetti inclusivi, a percorsi che non si limitino alla visibilità, ma che generino responsabilità, consapevolezza e impatto reale. In questo sento molto vicina la lezione di Carlos Castaneda, quando parla della strada con il cuore: scegliere solo ciò che ha senso profondo, ciò che non disperde energia, ciò che rende il cammino più vivo, anche quando è complesso. Per me il futuro non è accumulare progetti, ma selezionarli. Dire più spesso dei no per poter dire sì a ciò che conta davvero. Come ricordava Jung, «chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia». Credo che oggi abbiamo bisogno di persone sveglie, capaci di unire visione e responsabilità, pensiero e azione. Il mio impegno va in questa direzione: continuare a creare spazi in cui la cultura non sia separata dal sociale, e in cui la comunicazione diventi uno strumento di trasformazione, non di superficie. Il futuro che mi sta a cuore è fatto di scelte consapevoli, di alleanze autentiche, di cammini che abbiano, appunto, un cuore.”
Sito web ufficiale: https://www.lisadigiovanni.it/
Official Instagram: https://www.instagram.com/lisa_di_giovanni/
Credit photo di copertina: Federica Girardi

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