Claudia Conte è una professionista che da anni unisce comunicazione, cultura e impegno sociale, utilizzando la propria voce pubblica per portare l’attenzione su temi che riguardano profondamente la nostra società. Donna di cultura e attivista, ha scelto di raccontare attraverso il suo lavoro storie, fragilità e realtà spesso difficili da vedere, soprattutto quando il dolore non lascia segni visibili. Con il suo nuovo romanzo, Dove nascono i silenzi (Fall in Lov)
Claudia entra nel cuore di una delle forme di sofferenza più difficili da riconoscere: quella che nasce all’interno delle relazioni, delle famiglie e dei rapporti affettivi. Un libro che parla di giovani, solitudine, violenza psicologica, disagio emotivo e della necessità, sempre più urgente, di imparare ad ascoltare ciò che spesso non viene detto. La sua scrittura diventa così uno strumento per interrogare la società e, soprattutto, per dare un nome a quei silenzi che troppo spesso vengono ignorati fino a quando non diventano grida. Abbiamo incontrato Claudia Conte per parlare del suo romanzo, ma anche di ascolto, educazione emotiva, violenza invisibile e del ruolo che cultura e comunicazione possono avere nel restituire voce a chi, per paura o solitudine, quella voce l’ha perduta.
“Dove nascono i silenzi”: quando il dolore che non si vede diventa una richiesta d’aiuto
“Dove nascono i silenzi” è un titolo molto evocativo. Secondo lei, dove comincia il dolore che non riusciamo a nominare?
“Dove nascono i silenzi” nasce proprio da questa domanda: dove comincia il dolore che non riusciamo a nominare? Secondo me i silenzi più pericolosi dentro una famiglia nascono quando manca l’ascolto autentico. Quando si smette di guardarsi davvero. Non sono solo le urla o i conflitti a ferire, ma anche l’indifferenza, l’assenza emotiva, le parole negate. Ci sono famiglie in cui apparentemente va tutto bene, ma in realtà si vive in una solitudine affettiva devastante. È lì che il silenzio diventa una forma invisibile di violenza.
Nel suo romanzo affronta anche il tema della violenza psicologica. Perché, secondo lei, è ancora così difficile riconoscerla?
“La violenza psicologica oggi è ancora profondamente sottovalutata rispetto a quella fisica, perché non lascia lividi evidenti. Eppure può distruggere lentamente l’identità di una persona, la sua autostima, la capacità di sentirsi degna d’amore. Manipolazione, svalutazione, controllo emotivo, freddezza affettiva: sono ferite che spesso durano più a lungo di quelle fisiche. Dobbiamo imparare a riconoscere anche ciò che non si vede.”
I protagonisti del libro sono giovani. Che cosa raccontano, secondo lei, le fragilità delle nuove generazioni?
“I giovani protagonisti del romanzo appartengono a una generazione che ha vissuto isolamento, paura e fragilità in anni decisivi della crescita. Quello che mi preoccupa di più è il senso di smarrimento emotivo che molti ragazzi vivono oggi: la paura di non essere abbastanza, la difficoltà di costruire relazioni vere, la pressione costante della performance. Ma ciò che mi dà speranza è la loro sensibilità. I giovani hanno una profondità emotiva enorme, chiedono autenticità, verità, ascolto. Sono molto più consapevoli di quanto spesso gli adulti credano.”
Lei parla molto di ascolto. Gli adulti oggi sono davvero capaci di ascoltare i giovani?
“Credo però che gli adulti non abbiano ancora imparato davvero ad ascoltare il silenzio dei giovani. Troppo spesso ascoltiamo solo quando il disagio esplode, quando diventa emergenza. Invece il dolore adolescenziale manda segnali sottili: isolamento, rabbia, apatia, cambiamenti improvvisi. I ragazzi non chiedono perfezione agli adulti, chiedono presenza. Chiedono qualcuno che resti anche quando non riescono a spiegarsi.”
Quanto c’è di realtà contemporanea dentro “Dove nascono i silenzi”?
“Dentro questo libro c’è molta realtà contemporanea. Da giornalista e attivista incontro spesso storie di fragilità, di violenza invisibile, di famiglie spezzate emotivamente prima ancora che materialmente. Ho ascoltato donne che non riuscivano più a riconoscersi, ragazzi schiacciati dal bullismo, adolescenti convinti di non valere nulla. “Dove nascono i silenzi” non è solo un romanzo: è uno specchio sociale.”
Lei ha una voce pubblica importante. Quanto sente la responsabilità di utilizzarla per dare voce a chi non riesce a parlare?
“Oggi usare la propria voce pubblica è una responsabilità enorme. Chi ha la possibilità di comunicare non può limitarsi a osservare. Io credo che la voce pubblica debba servire soprattutto a dare spazio a chi non riesce ancora a parlare, a chi vive nella paura, nella vergogna o nella solitudine. Il silenzio protegge spesso chi ferisce, mai chi soffre.”
Quale ruolo possono avere la cultura, la scrittura e l’arte nella lotta contro la violenza psicologica e il disagio emotivo?
“La cultura, la scrittura e l’arte possono avere un ruolo fondamentale contro la violenza psicologica e il disagio emotivo perché aiutano a dare un nome alle emozioni. Quando una persona legge una storia e si riconosce, accade qualcosa di potentissimo: capisce di non essere sola. La letteratura può creare consapevolezza, empatia, persino salvezza.”
Se dovesse indicare una grande mancanza della nostra società nell’educazione delle nuove generazioni, quale sarebbe?
“Credo che oggi manchi soprattutto un’educazione emotiva. Insegniamo ai ragazzi tante nozioni, ma troppo poco su come gestire il dolore, le emozioni, i conflitti, l’empatia. E questo vale anche per gli adulti. Molti adulti non hanno mai imparato ad amare in modo sano, ad ascoltare, a comunicare senza ferire. Per questo certi silenzi si tramandano di generazione in generazione.”
Perché molte donne fanno fatica a riconoscersi come vittime di violenza psicologica? E qual è il primo passo per uscire da quella situazione?
“Molte donne vittime di violenza psicologica non si riconoscono come vittime perché quella violenza agisce lentamente, consumando la percezione di sé. Il primo passo per uscire dal silenzio è ricominciare ad ascoltarsi. Fidarsi di quel disagio interiore che dice: “Questo amore mi sta spegnendo”. E poi chiedere aiuto, senza vergogna. Nessuno dovrebbe affrontare tutto da solo.”
Qual è il messaggio che vorrebbe lasciare alle donne che oggi stanno vivendo una forma di violenza, fisica o emotiva?
“Alle donne che stanno vivendo una forma di violenza, fisica o emotiva, voglio dire questo: non siete sbagliate, non siete deboli, e soprattutto non siete sole. Anche quando vi sembra impossibile vedere una via d’uscita, quella via esiste. Chiedere aiuto è un atto di coraggio, non di fallimento. La vostra vita vale molto più della paura che oggi vi tiene in silenzio. E nessuno ha il diritto di spegnere la vostra voce, la vostra dignità, la vostra luce.”
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