Arte, fotografia, musica, sport e una curiosità che sembra non fermarsi mai. Michela Panico è una professionista che ha costruito il proprio percorso mettendo insieme sensibilità artistica e precisione, creatività e disciplina. Dopo una lunga esperienza nel mondo della discografia e dell’entertainment, la fotografia è diventata progressivamente qualcosa di più di una passione, fino a trasformarsi in una vera attività professionale.
Oggi Michela lavora principalmente nel mondo dei viaggi, delle food experience, delle strutture ricettive e, più recentemente, della fotografia ritrattistica. Nella nuova puntata di “Racconta la tua storia” abbiamo parlato con lei del suo rapporto con l’immagine, della ricerca del bello nei piccoli dettagli, ma anche di copyright, intelligenza artificiale, sport e musica. Fino ad arrivare a una parola che racchiude probabilmente buona parte del suo modo di vedere la vita e il lavoro: autenticità.
Michela, partiamo dall’inizio. Ci racconti qualcosa di te e del percorso che ti ha portata alla fotografia?
«Ho lavorato per tantissimo tempo in discografia, dove sono entrata nel mondo dell’entertainment e anche dell’arte, intesa come produzione fotografica. Grazie a questa esperienza mi sono appassionata sempre di più alla fotografia. In realtà ero già appassionata d’arte, quindi credo di aver sempre avuto un occhio un po’ critico e da esteta. Con il tempo ho approfondito la cultura fotografica, inizialmente nel mio tempo libero, e ho iniziato ad applicarmi sempre di più. Ho scoperto aspetti molto interessanti non soltanto della produzione fotografica, ma anche del mio carattere. Credo infatti che studiare una disciplina artistica lasci qualcosa anche dal punto di vista personale. Questo è stato il mio percorso negli ultimi dieci anni. Da quest’anno ho deciso di approfondire ancora più concretamente la produzione fotografica e oggi mi occupo principalmente di viaggi, food experience, strutture ricettive e, da poco, anche di ritrattistica. Questa per me è una bellissima novità.»

Guardando il tuo portfolio colpisce la capacità di esaltare il bello e soprattutto i piccoli dettagli. Da dove nasce questa sensibilità?
«Credo che una parte di questa sensibilità sia innata. Però l’occhio da esteta è sicuramente qualcosa che si sviluppa e che richiede una vera e propria educazione visiva. Bisogna interessarsi all’arte e alla fotografia, partecipare a mostre, frequentare workshop, confrontarsi con altri fotografi ma anche con artisti provenienti da discipline diverse, come scultori o architetti. Ogni esperienza lascia qualcosa e aiuta ad aprire lo sguardo. Ti permette di cogliere particolarità e dettagli anche all’interno di scene apparentemente ordinarie. Credo quindi che questa sensibilità si costruisca nel tempo attraverso osservazione, studio, pratica e confronto. Se poi esiste già una predisposizione naturale, sicuramente aiuta.»

Insieme alla sensibilità artistica hai anche una forte ironia e autoironia. Quanto ti aiutano nella vita e nel lavoro?
«Tantissimo. Credo che l’ironia sia un aspetto fondamentale dell’intelligenza umana. Naturalmente bisogna essere responsabili e dare la giusta importanza alle cose importanti della vita, ma l’ironia è uno strumento molto utile quando arrivano le difficoltà, sia personali sia professionali. Sono ironica e autoironica di natura, sono la prima a prendermi in giro e cerco di smorzare i momenti particolarmente stressanti. Anche su questo, comunque, ho dovuto lavorare, perché i periodi di maggiore pressione capitano a tutti. L’ironia aiuta moltissimo anche nel rapporto con le persone. Con clienti e collaboratori permette di creare una connessione che vada oltre il semplice lavoro da svolgere. E poi ci permette di osservare alcuni problemi da punti di vista differenti, cercando nuove soluzioni senza focalizzarci esclusivamente sulla difficoltà. Credo sia importante riuscire a mantenere un po’ di leggerezza nelle cose di tutti i giorni.»

Parlando di fotografia oggi è inevitabile affrontare anche il tema del copyright digitale. Quanto è importante per chi crea immagini?
«La tutela del diritto d’autore è fondamentale per qualsiasi creativo, non soltanto per chi si occupa di fotografia ma anche per chi realizza film o altre opere artistiche. Serve a tutelare la propria creatività e il corretto utilizzo delle opere realizzate. Nel caso della fotografia è importante anche distinguere tra una semplice immagine e un’immagine che abbia una componente creativa. Un fotografo, quando scatta, inserisce sempre qualcosa di proprio: un punto di vista, una scelta stilistica, un’emozione. A questo possono aggiungersi poi la post-produzione e altre decisioni creative. La normativa sul diritto d’autore tutela questi aspetti e credo sia molto importante, quando le proprie opere devono essere utilizzate da terzi, stabilire chiaramente le condizioni attraverso accordi scritti. Bisognerebbe specificare il tipo di utilizzo concesso, la durata, le modalità e anche cosa accadrà successivamente al materiale. È importante inoltre monitorare eventuali utilizzi impropri. Il consiglio è quindi quello di informarsi, conoscere bene i propri diritti e non affidarsi esclusivamente agli accordi verbali, soprattutto oggi che le immagini vengono continuamente condivise attraverso piattaforme digitali.»

Fotografia e intelligenza artificiale: qual è oggi il tuo rapporto con questi strumenti?
«Per il momento non vivo l’intelligenza artificiale come una difficoltà. Proprio recentemente mi sono confrontata sull’argomento con altre persone del settore. È sicuramente un tema importante, ancora in evoluzione e che dovrà essere delineato sempre meglio anche dal punto di vista giuridico. Credo però che sia necessario distinguere i diversi ambiti della fotografia. Nella ritrattistica, ad esempio, probabilmente non utilizzerei eccessivamente l’intelligenza artificiale perché il ritratto dovrebbe riuscire a comunicare qualcosa della personalità del soggetto e far emergere una sua caratteristica in maniera autentica. In altri settori, invece, come la fotografia paesaggistica, lo still life o la fine art, alcuni strumenti basati sull’intelligenza artificiale possono diventare interessanti e permettere di creare immagini e contenuti utilizzabili per diversi scopi. Non credo quindi che utilizzarla sia sbagliato. Dipende da come viene utilizzata, dalla professionalità del fotografo e dalla sua etica professionale. Bisogna conoscere i limiti dello strumento e soprattutto essere trasparenti rispetto al suo utilizzo. È comunque una tecnologia in continuo sviluppo e credo sia ancora presto per capire fino in fondo quale sarà il suo ruolo nella produzione fotografica dei prossimi anni.»
C’è anche una forte componente sportiva nella tua storia: sei stata nuotatrice per dieci anni. Cosa ti ha lasciato questa esperienza?
«Ho bevuto talmente tanta acqua della piscina durante gli allenamenti che non si può descrivere! Però mi è servito anche quello. Ho iniziato a nuotare a nove anni e ho continuato fino ai diciannove. Ho fatto anche il brevetto da bagnina. All’inizio è stato quasi un caso: dovevo scegliere uno sport, guardavo le gare di alcuni famosi nuotatori italiani e ho deciso di provare, anche se praticamente non sapevo nuotare. Con il tempo sono arrivati dei buoni risultati e sono entrata in una squadra agonistica. È stata un’esperienza incredibile. Credo profondamente che lo sport aiuti a formare non soltanto il fisico ma soprattutto il carattere. Ti insegna disciplina, costanza, determinazione e capacità di gestire la pressione. Sono caratteristiche fondamentali nella vita quotidiana e nel lavoro. Lo sport mi ha insegnato anche a non abbattermi davanti alle prime difficoltà e questo è qualcosa che porto ancora oggi in quello che faccio. Ho ricevuto tante porte in faccia, come succede a tutti, ma quella determinazione mi spinge ad andare avanti. Continuo ancora oggi a praticare sport, anche se non più a livello agonistico: pesistica, pilates, nuoto, yoga. Cerco di prendere qualcosa di positivo da ogni disciplina e soprattutto di divertirmi.»

Nella tua vita c’è poi un altro elemento molto presente: la musica.
«Amo profondamente la musica e ci sono cresciuta. Anche quando nuotavo era il mio sottofondo: mi aiutava a concentrarmi e allo stesso tempo a percepire meno la fatica durante gli allenamenti più impegnativi. Nel corso della mia vita ho studiato un po’ di canto e di chitarra acustica e poi ho lavorato per tanti anni nel settore musicale. La musica è una forma d’arte estremamente espressiva che mi dà molto. Ascoltarla è qualcosa che mi fa sentire capita e, a seconda dello stato d’animo, cambio anche genere. Fare musica, inoltre, educa all’ascolto. Così come osservare le arti visive educa lo sguardo, la musica insegna a riconoscere piccole sfumature. E credo che questa capacità si trasferisca anche nella quotidianità: impari ad ascoltare meglio e quindi anche a capire meglio gli altri. Secondo me chi possiede una sensibilità artistica difficilmente la concentra in un unico settore. Nel mio caso ci sono fotografia, musica, cinema e arte in generale. Diciamo che non dormo mai!»
“Racconta la tua storia” parla soprattutto alle donne. Qual è il messaggio che vorresti lasciare a chi ci sta ascoltando?
«Nonostante tutte le difficoltà che possiamo incontrare, soprattutto noi donne ancora oggi anche in ambito professionale, credo sia fondamentale rimanere il più possibile autentiche. Essere autentiche significa rimanere in linea con i propri valori e con i propri principi e continuare a perseverare. Solo così possiamo incontrare persone realmente allineate con quello in cui crediamo. Non dobbiamo lasciarci scoraggiare. Dobbiamo continuare a lottare e mantenere fede ai nostri principi, anche quando questo può significare perdere alcune opportunità. Forse, però, quelle opportunità non erano davvero le più importanti per noi. Non bisogna avere paura di mostrarsi per ciò che si è davvero e bisogna cercare di portare questa autenticità anche nel proprio lavoro. Bisogna impegnarsi, essere curiose, avere sempre voglia di imparare e mostrarsi per quello che siamo. L‘autenticità è forte. E noi donne, forse, su alcuni aspetti dobbiamo avere ancora più coraggio nel difenderla. Perché avere paura? La parola d’ordine, per me, è autenticità.»

L’autenticità come punto di partenza
Il racconto di Michela Panico attraversa mondi apparentemente differenti che, osservati più da vicino, sembrano avere un filo comune. La fotografia le ha insegnato a guardare. La musica ad ascoltare. Lo sport a perseverare. E l’esperienza professionale le ha insegnato quanto sia importante continuare a studiare, confrontarsi e adattarsi a un settore creativo che cambia rapidamente, anche davanti a trasformazioni profonde come quelle introdotte dall’intelligenza artificiale. Ma alla fine del nostro incontro rimane soprattutto quella parola scelta da Michela per rivolgersi alle donne: autenticità. La capacità, cioè, di costruire il proprio percorso senza rinunciare ai propri valori, continuando a imparare e ad andare avanti anche quando la strada diventa più difficile. Perché, come ci ha ricordato Michela, essere autentici può significare talvolta rinunciare a un’opportunità. Ma può significare anche aprire la porta a quelle realmente in sintonia con ciò che siamo.
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