Un incontro dedicato alla persona, al percorso professionale e ai temi che attraversano il rapporto con noi stessi e con gli altri, trattati con il massimo rispetto e con un linguaggio attento e non giudicante. La nostra ospite di oggi lavora ogni giorno in un territorio estremamente delicato: quello delle nostre emozioni. La Dott.ssa Maria Amore è Psicologa Clinica, Esperta di Psicologia del Comportamento Alimentare e Mentore Relazionale. Con il suo lavoro aiuta le persone a comprendere ciò che spesso si nasconde dietro un comportamento apparentemente semplice: il nostro rapporto con il cibo, con il corpo, con le relazioni e, prima ancora, con noi stessi.
Negli anni ha affiancato alla professione anche un’importante attività di divulgazione attraverso i social e i progetti “Dimagrire con la Psicologia” e “Non Mangiare le tue emozioni“. Oggi, però, vorremmo conoscere non soltanto la professionista. Vorremmo conoscere Maria: la donna che ha scelto questo mestiere, ciò che ha imparato ascoltando le storie degli altri e ciò che accade quando anche una psicologa vive in prima persona emozioni, fragilità e cambiamenti.
Maria, benvenuta a Racconta la tua storia.
C’è stato un momento, un incontro o una parte della tua storia personale che ti ha fatto comprendere che ascoltare e comprendere le persone sarebbe diventato il tuo lavoro?
“Non credo ci sia stato un unico momento. Penso piuttosto che sia stata una predisposizione che ho riconosciuto nel tempo. Sono sempre stata molto osservatrice: mi interessava capire cosa ci fosse dietro quello che una persona mostrava, dietro un comportamento, un silenzio, una reazione. Poi la Psicologia ha dato un linguaggio e un metodo a qualcosa che probabilmente era già dentro di me. Negli anni ho capito anche un’altra cosa: comprendere gli altri non significa avere tutte le risposte. Significa soprattutto imparare ad ascoltare senza avere fretta di interpretare o di giudicare. Ed è forse questo il cuore del mio lavoro ancora oggi: aiutare le persone a comprendere il significato di quello che stanno vivendo, prima ancora di cercare di cambiarlo.”
Che cosa può raccontare di noi il modo in cui mangiamo?
“Moltissimo. Perché non mangiamo soltanto per fame fisiologica. A volte mangiamo per calmarci, per riempire un vuoto, per interrompere un pensiero, per procurarci una gratificazione dopo una giornata difficile. Altre volte, invece, controlliamo rigidamente il cibo perché sentiamo il bisogno di controllare qualcosa della nostra vita. Per questo nel mio lavoro non mi fermo mai alla domanda: “Che cosa hai mangiato?”. Mi interessa molto di più capire: “Che cosa stava accadendo dentro di te prima di mangiare?” Il comportamento alimentare spesso è la parte visibile di qualcosa di meno visibile. E quando impariamo a riconoscere emozioni, bisogni e pensieri che precedono quel comportamento, il cibo smette gradualmente di essere il nemico e può tornare ad essere semplicemente cibo.”
Parli spesso di fame emotiva. C’è però un altro elemento che può accompagnare un rapporto difficile con il cibo: il senso di colpa. Quanto può diventare delicato il meccanismo per cui mangiamo per stare meglio e subito dopo ci giudichiamo per averlo fatto?
“È un meccanismo molto delicato perché spesso si crea un vero circolo vizioso: provo un’emozione difficile, utilizzo il cibo per regolarla, per alcuni minuti sto meglio, poi arriva il senso di colpa. E il senso di colpa genera a sua volta altre emozioni negative: vergogna, rabbia verso se stessi, frustrazione. Emozioni che possono riportare nuovamente al cibo. Per questo dico spesso che il problema non è soltanto ciò che mangiamo, ma ciò che ci diciamo dopo aver mangiato. Imparare a non giudicarsi è già parte del cambiamento, ma attenzione: non significa giustificare tutto. Significa sostituire il giudizio con la curiosità. Invece di dire “Non ho forza di volontà”, provare a chiedersi: “Che cosa stavo cercando di calmare in quel momento?” È lì che inizia la consapevolezza.”
Viviamo in una società nella quale il corpo viene continuamente mostrato, confrontato e giudicato, ancora di più attraverso i social. Quanto può essere difficile distinguere il desiderio autentico di stare bene dalla pressione di dover corrispondere a un’immagine ideale?
“Credo sia diventato molto difficile distinguere le due cose, soprattutto perché siamo continuamente esposti a immagini, corpi e vite che possono sembrare perfetti. E i social amplificano inevitabilmente il confronto. Io stessa lavoro sui social e conosco molto bene questo meccanismo: ciò che vediamo è sempre una selezione. È un frammento, non è la totalità di una persona. Voler migliorare il proprio corpo non è di per sé qualcosa di negativo. La domanda che dobbiamo farci è: “Sto facendo qualcosa per il mio benessere o sto cercando di sentirmi abbastanza agli occhi degli altri?” Perché un corpo può essere curato, allenato, valorizzato. Ma se il nostro valore personale dipende esclusivamente da quello specchio, nessun risultato sarà mai sufficiente. L’autostima non significa pensarsi perfetti. Significa continuare a riconoscersi valore anche quando non ci sentiamo perfetti.”
Nel tuo percorso professionale ti occupi sia di comportamento alimentare sia di dinamiche relazionali. A prima vista possono sembrare ambiti molto diversi. Esiste invece un punto nel quale questi due mondi si incontrano?
“Si incontrano continuamente. Perché sia nel rapporto con il cibo sia nelle relazioni entriamo in contatto con gli stessi temi profondi: bisogno di rassicurazione, paura del rifiuto, senso di vuoto, difficoltà a tollerare l’incertezza, bisogno di controllo, ricerca di gratificazione. Pensiamo, per esempio, a una persona che vive una relazione caratterizzata da attese, silenzi o instabilità. Quello stato emotivo può tradursi in ruminazione, ansia e, in alcuni casi, ricerca di conforto attraverso il cibo. Ma può accadere anche il contrario: alcune persone controllano il cibo proprio nei momenti in cui sentono di non riuscire a controllare ciò che accade nelle loro relazioni. Per questo io considero questi due mondi molto meno distanti di quanto possa sembrare. Alla base c’è spesso la stessa domanda: come gestisco ciò che sento?”
La parola “amore” viene talvolta utilizzata per giustificare comportamenti che in realtà ci fanno soffrire. Quali segnali possono aiutarci a comprendere che una relazione non è più uno spazio di crescita e benessere?
“Uno dei segnali più importanti è osservare come diventiamo dentro quella relazione. Se trascorriamo gran parte del tempo nell’ansia, nell’attesa, nell’interpretazione dell’altro, se dobbiamo continuamente ridimensionare i nostri bisogni per paura di perdere quella persona, qualcosa merita di essere guardato. Una relazione non deve essere priva di conflitti. Sarebbe irrealistico. La differenza la fa il modo in cui il conflitto viene gestito. Posso essere in disaccordo con te e continuare a rispettarti. Posso avere bisogno di spazio senza punirti con il silenzio. Posso dire che qualcosa mi fa male senza avere paura che tu scompaia. E soprattutto l’amore non dovrebbe richiederci di tradire costantemente noi stessi pur di essere scelti.”
Nel tuo lavoro parli anche dell’importanza di comunicare in maniera assertiva e di esprimere i propri bisogni. Perché per tante persone è ancora così difficile dire chiaramente: “questo è ciò di cui ho bisogno”?
“Perché molte persone hanno imparato molto presto che esprimere un bisogno può avere un costo. Possono aver imparato che essere accomodanti significa essere amate, che dire di no significa deludere qualcuno, oppure che chiedere qualcosa significa essere troppo esigenti. Così diventiamo bravissimi a capire ciò di cui hanno bisogno gli altri e molto meno bravi a riconoscere ciò di cui abbiamo bisogno noi. L’assertività invece non è aggressività. È poter dire: “Questo per me va bene, questo no. Questo mi fa stare bene, questo mi ferisce.” E sì, anche un no può essere una forma di cura. Perché il confine non serve a tenere lontane le persone. Serve a stabilire come possono stare nella nostra vita senza che noi dobbiamo scomparire per far loro spazio.”
Attraverso Dimagrire con la Psicologia hai portato temi molto delicati fuori dallo studio professionale e dentro i social network. Quanto senti la responsabilità di parlare di psicologia attraverso uno strumento che, per sua natura, tende spesso a semplificare tutto in pochi secondi?
“La sento moltissimo. I social sono uno strumento straordinario perché permettono di far arrivare un concetto psicologico anche a una persona che magari non avrebbe mai pensato di entrare nello studio di uno psicologo. Ma rappresentano anche un rischio, perché la psicologia non può essere ridotta a formule del tipo “se fa questo allora significa questo”. Le persone sono molto più complesse. Per questo cerco sempre di utilizzare i social per aprire una domanda, non per dare una diagnosi. Se una persona leggendo un mio contenuto pensa: “Questa cosa mi riguarda, forse dovrei comprendermi meglio”, per me quel contenuto ha raggiunto il suo obiettivo. La divulgazione dovrebbe avvicinare alla consapevolezza, non creare nuove etichette.”
Tu trascorri una parte importante della tua vita professionale aiutando le persone a leggere emozioni, comportamenti e dinamiche relazionali. Ma cosa succede quando sei tu a vivere un’emozione? Riesci a lasciare spazio a Maria e permetterti semplicemente di sentire, sbagliare, innamorarti, avere paura o essere vulnerabile?
“Sì. E credo che sia fondamentale. Essere psicologa mi dà strumenti per comprendere alcune dinamiche, ma non mi rende immune dalle emozioni. Posso riconoscere perfettamente un meccanismo e allo stesso tempo trovarmi dentro quel meccanismo. Quando siamo emotivamente coinvolti non siamo soltanto professionisti: siamo persone con la nostra storia, le nostre vulnerabilità, i nostri desideri, le nostre paure. Negli anni ho imparato forse proprio questo: la consapevolezza non consiste nel non sbagliare più. Consiste nel riuscire a riconoscersi anche mentre si sta sbagliando. E permettermi di essere Maria significa anche questo: non dover necessariamente capire tutto immediatamente. A volte posso semplicemente sentire. Credo che sia una forma di libertà che ho conquistato molto nel tempo.”
Negli ultimi mesi una parte del pubblico ha avuto modo di conoscere anche una Maria lontana dal tradizionale contesto professionale. Che esperienza è stata passare dal ruolo di chi ascolta e osserva le dinamiche degli altri a quello di chi espone le proprie emozioni e viene a sua volta osservata e giudicata?
“È stata un’esperienza molto particolare perché per anni sono stata dall’altra parte: ascolto, osservo, accolgo le storie degli altri. Trovarmi improvvisamente in tv, nella posizione di essere osservata, ha significato confrontarmi anche con il fatto che le persone possono costruire un’idea di te partendo da pochissimi frammenti. All’inizio questo può spingerti a controllarti molto. E credo di averlo fatto anch’io. In alcuni momenti probabilmente sono stata più misurata, più prudente, forse persino più trattenuta di quanto io sia realmente. Poi ho capito una cosa importante: quando cerchi troppo di controllare l’immagine che gli altri avranno di te, rischi di allontanarti da te stessa. Quell’esperienza mi ha insegnato proprio questo. Oggi preferisco essere compresa da meno persone ma essere più aderente a quella che sono.”
La visibilità porta inevitabilmente anche opinioni e commenti da parte di persone che conoscono soltanto alcuni frammenti della nostra vita. Da professionista che conosce il peso delle parole, come si può imparare a proteggere il proprio equilibrio dal giudizio esterno?
“Credo che il primo passaggio sia ricordarsi che il giudizio degli altri non parla di noi, ma parla moltissimo di chi ci sta guardando. Ognuno interpreta ciò che vede attraverso la propria storia, le proprie esperienze, le proprie ferite e i propri valori. Questo non significa diventare impermeabili alle critiche. Alcune critiche possono essere utili e insegnarci qualcosa. Ma dobbiamo imparare a distinguere tra un’osservazione che può farci crescere e un giudizio che non ci appartiene. Io stessa ho dovuto lavorare su questo. Perché quando ti esponi, soprattutto sui social o pubblicamente, puoi avere la tentazione di spiegarti continuamente. A un certo punto però bisogna chiedersi: “Sto spiegando qualcosa perché lo desidero o perché ho bisogno che tutti abbiano una buona opinione di me?” Sono due cose completamente diverse. La libertà arriva quando non hai più bisogno di correggere ogni interpretazione che qualcuno fa di te.”
Ascolti ogni giorno persone che stanno cercando di cambiare qualcosa della propria vita, del rapporto con sé stesse o delle proprie relazioni. Se davanti a te oggi ci fosse una donna che sente di essersi persa — dentro una relazione, nel rapporto con il proprio corpo o semplicemente nella vita che sta vivendo — quale sarebbe la prima cosa che vorresti dirle?
““Le direi: prima di chiederti cosa devi cambiare, prova a chiederti dove hai smesso di ascoltarti.” Perché spesso ci perdiamo proprio così. Ci adattiamo. Cerchiamo di essere abbastanza per qualcuno. Pretendiamo sempre di più dal nostro corpo. Restiamo in situazioni che non ci fanno stare bene. Ignoriamo quello che sentiamo perché pensiamo che dovremmo essere diverse. E invece il cambiamento non sempre comincia facendo qualcosa. A volte comincia fermandosi e riconoscendo finalmente ciò che c’è. Un bisogno. Una paura. Un desiderio. Un limite. Non dobbiamo necessariamente diventare qualcun altro. Molto spesso dobbiamo semplicemente tornare a noi. E per me la consapevolezza è esattamente questo: smettere di vivere lontani da se stessi.”
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Pagina personale: @maryamore_

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