Vittoria Capuozzo è fotografa e fotomodella, napoletana d’origine e veneta d’adozione. Il suo percorso nasce inizialmente davanti all’obiettivo e, nel tempo, si sposta anche dietro la macchina fotografica, dove il ritratto diventa il suo linguaggio privilegiato. Al centro del suo lavoro c’è soprattutto l’universo femminile: non una bellezza costruita sulla perfezione, ma una bellezza che può essere riscoperta, riconosciuta e riappropriata anche dopo periodi di insicurezza, fragilità o sofferenza.
Negli anni Vittoria ha utilizzato la fotografia anche per affrontare temi sociali, in particolare la violenza contro le donne, compresa quella psicologica. Nei suoi progetti luce, ombra, sguardi e corpi diventano strumenti per parlare di paura, dignità, identità e possibilità di ricominciare. Con il progetto “Donne in Rinascita” la fotografia si avvicina ancora di più al racconto personale: immagini e testimonianze diventano un modo per mostrare non soltanto ciò che una donna ha attraversato, ma soprattutto il percorso con cui torna a riconoscere il proprio valore.

Vittoria, prima di parlare dei tuoi progetti più recenti, vorrei partire da te. Chi era la Vittoria che ancora non immaginava che la fotografia sarebbe diventata una parte così importante della sua vita?
“Vittoria era ed è una semplice persona con tanti sogni nel cuore, alcuni realizzati. Sono nata nel Sud Italia e a soli 20 anni ho deciso di trasferirmi per regalarmi un futuro migliore, ma il passo non è stato facile: è stato emotivamente sofferto. Sentivo la mancanza della mia famiglia e dei miei amici e mi sono ritrovata giovane, con tante responsabilità. Sono stata una ragazza piena di ambizioni, ma nello stesso tempo timida e a tratti insicura. Da bimba ho avuto problemi di vista, con segni evidenti che mi hanno causato complessi giganti: la classica quattrocchi con gli occhi storti. Quando gli adolescenti ti deridono, diventa tutto più complesso. Mi è sempre piaciuta l’arte. Sono nata in una famiglia di artisti e ho avuto un padre importante, molto severo, di cui ho giudicato molto l’insegnamento. Oggi forse lo capisco di più e a tratti lo ringrazio per la persona forte che sono diventata.”

Nei tuoi lavori ritorna spesso l’idea di una bellezza che non coincide con la perfezione. Quando fotografi una donna, che cosa cerchi davvero di far emergere?
“Nei miei lavori non traspare la perfezione dei corpi, ma la verità di ciò che si è. Quando fotografo una donna, cerco di valorizzare i punti di forza. Parlo molto con loro, cerco di affrontare temi che toccano molto la psicologia femminile, ascolto molto e cerco di dare soluzioni, le stesse che ho dato a me stessa.”

Ci hai anticipato una cosa molto importante: una parte del tuo lavoro dedicato alle donne nasce anche dalla tua storia personale. Senza entrare in aspetti che preferisci tenere per te, c’è stato un momento in cui hai capito che quello che avevi vissuto poteva trasformarsi in una sensibilità da mettere a disposizione anche di altre donne?
“Tutto nasce dalla mia storia personale. Ho fatto un gran lavoro di autostima. Intanto la Vittoria bambina è cresciuta e quei difetti sono solo dei brutti ricordi. Mi sono operata agli occhi e ho iniziato a vedere bene. Ho iniziato la mia passione di fotomodella e mi sono accorta di piacere. Il mio profilo saliva sempre di più e i negozi mi chiedevano una collaborazione lavorativa. Ho iniziato a piacermi sempre di più, ma restando sempre con uno sguardo al passato, per restare umile e con i piedi per terra. Un giorno mi sono chiesta: «Perché non farlo per altre donne?». Così, con l’esperienza che avevo, ho iniziato a fare servizi gratis, per poi trasformare questa attività in un vero lavoro.”

Hai scelto di affrontare anche il tema della violenza sulle donne, compresa quella psicologica. Quando lavori su un argomento così delicato, qual è la responsabilità più grande che senti come fotografa?
“In tutto questo ho toccato il tema della violenza e ho iniziato a fare mostre fotografiche. Tutto è iniziato dalla conoscenza di donne che hanno subito violenza: alcune vive per miracolo, altre che non ci sono più. La violenza psicologica è una linea molto sottile. L’ho vissuta anche io, da giovane, e questa cosa mi ha fatto tanto maturare.”

Con “Donne in Rinascita” hai scelto di spostare l’attenzione su ciò che accade dopo: la ricostruzione, la consapevolezza, il ritorno verso se stesse. Che cosa significa per te, davvero, la parola rinascita?
“Poi è nata «Donne in Rinascita», la parte bella. Attraverso la fotografia racconto di donne che ce l’hanno fatta: c’è chi ha subito violenza, chi era in coma, chi ha superato il cancro o chi lo sta vivendo.”

E guardando al futuro, quale storia o quale progetto senti di non aver ancora fotografato e che un giorno vorresti riuscire a raccontare?
“Guardando al futuro, vorrei che questa mia storia potesse essere di aiuto ad altre persone, non esclusivamente a donne. Un messaggio d’amore, perché vedo tanta insicurezza in giro: donne sempre più ritoccate e sempre più sole, donne oggetto, che pensano che la bellezza sia solo estetica. Amo il mio lavoro. Oggi sono una fotografa di matrimonio, di famiglia e di moda, ma i temi che ho prima elencato rimarranno sempre quelli fondamentali. Amare gli altri è qualcosa che non ha prezzo, è qualcosa che mi lega al passato, è quel qualcosa che mi fa amare di più la vita.”
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