Attrice, performer, autrice e modella, Elisa Gelosi ha costruito negli anni un percorso artistico in continua evoluzione, attraversando teatro, audiovisivo, scrittura e immagine. Al centro del suo lavoro c’è la ricerca: della parola, del personaggio, dell’emozione autentica e di un dialogo vero con chi guarda e ascolta. La sua storia, però, non è fatta soltanto di palcoscenici e progetti. È anche il racconto di momenti difficili, di una voce da ricostruire, di incontri decisivi, di perdite, di lavori diversi affrontati per sostenersi e di quella capacità di ripartire che torna più volte nella sua vita. Per “Racconta la tua storia” vogliamo partire proprio da qui: dalla persona, prima ancora che dall’artista.
“Cambiare personaggio quando, dove e come si voglia e, allo stesso tempo, essere e rimanere sempre me stessa mi affascina tantissimo.”
Prima dell’attrice, chi è Elisa?
Nella tua biografia c’è un’immagine molto forte: la possibilità di cambiare personaggio restando, allo stesso tempo, sempre te stessa. Se dovessi raccontarci chi è Elisa quando si spengono le luci del palco e non c’è nessun personaggio da interpretare, da dove partiresti?
“Elisa fuori dal palcoscenico è una persona normalissima, molto sensibile. Amo il silenzio, quello vero. Mi perdo nel guardare i tramonti e le albe, per poi fermarmi ad osservare i paesaggi e lasciare che la mente voli. Quello per me è il vero relax. Adoro gli animali ma ho un debole per i gatti, li considero sacri, hanno un’energia che va oltre. Mi piace ascoltare quelle canzoni che ti riportano da qualche parte, che ti fanno viaggiare senza muoverti. Che poi certo io amo anche viaggiare; e in tutti i viaggi ma anche nelle giornate impegnate di tutti i giorni, io osservo e frullo tutto, come per creare un cocktail e le traduco in storie teatrali e storie per cortometraggi. Quindi quando si spengono le luci, torno lì, nei miei silenzi e nelle mie riflessioni, magari con un gatto vicino che incontro la stessa sera, e mi perdo nel mare.”

La voce: da sogno a ferita, e poi di nuovo strumento
Hai iniziato a studiare canto molto giovane, ma a un certo punto la voce — che era parte importante della tua identità — è diventata quasi una nemica. Hai attraversato diagnosi sbagliate, paura e un lungo lavoro di ricostruzione. Cosa ha significato perdere, anche solo temporaneamente, qualcosa che sentivi così profondamente tuo? E cosa hai scoperto di te nel percorso per ritrovarla?
“La voce è lo strumento più difficile da accordare. Ho iniziato giovanissima, col moderno, poi mi sono avvicinata alla lirica e ho fatto anche due anni di conservatorio. Poi un po’ per un insegnamento che non era eccellente per la mia voce e un po’ per una bruttissima influenza da cui non ne venivo più fuori… Ho iniziato a perderla. Sono arrivate diagnosi sbagliate, mi volevano anche operare, era uscita una cisti congenita, insomma di tutto… E io continuavo a sforzare, a studiare male, a non curarmi bene perché non sapevo più cosa avessi. Alla fine, ero diventata quello che dico sempre: una bolla di sapone, trasparente senza rumore. C’ero, ma non si sentiva più niente. Perderla ha significato sparire. L’animo si frantumava pian piano. Ci ho messo un anno e mezzo a trovare la giusta cura e un altro anno per ‘ristrutturare’. Quel giorno, ho dovuto fare la cosa più difficile: ricominciare da capo. Da zero. Ricostruire tutto. Il percorso per ritrovarla è stato molto forte. Tanto, tanto sacrificio e tanto impegno. Ricostruire da zero è durissimo, ogni giorno era un nuovo giorno. E quello che mi ha salvato la mente, devo dire la verità, è stato anche lavorare. Facevo la venditrice. Stare a contatto con la gente, essere concentrata su altro, avere un obiettivo concreto fuori dalla musica… Mi ha curata. Mi ha ricordato che non ero solo una voce da riparare. Ero una persona che sapeva parlare, ascoltare, aiutare. E quel contatto umano mi ha tenuta ancorata mentre dentro ricostruivo tutto.”

Quando una strada si interrompe e ne appare un’altra
Dopo l’esperienza con il canto, l’incontro con la recitazione, la dizione e la fonetica ha aperto una nuova fase. Quanto è stato importante incontrare maestri capaci di vedere in te qualcosa che forse non avevi ancora riconosciuto? E quando hai capito che il teatro non sarebbe stato soltanto una passione, ma un modo di stare nel mondo?
“Dopo il canto si è aperto davvero un nuovo capitolo. L’incontro con la recitazione, la dizione, la fonetica. È stato fondamentale perché ho incontrato maestri che mi hanno aperto la via. Mi hanno fatto conoscere parti di me che non sapevo di avere. E alla fine la recitazione è andata avanti rispetto al canto. Perché ho capito una cosa: il teatro è ovunque ed è dentro di noi. Abbiamo tutti la parte ironica e la parte tragica, un po’ come le maschere del teatro, no? Tragedia e commedia. E la cosa più bella che ho imparato è proprio questa: poter fare tanti personaggi, ma rimanere sempre me stessa. Fare tanti personaggi ma rimanere sempre me stessa.”

Il teatro come luogo di ricerca
Nel tuo percorso il teatro non sembra essere semplicemente un palco, ma uno spazio in cui parola, corpo ed emozione si incontrano. Hai lavorato su registri molto diversi, da Pirandello a Shakespeare, da Woody Allen a Franca Valeri. Che cosa cerchi davvero quando entri in un personaggio e quali sono le fragilità o le contraddizioni umane che ti interessa maggiormente portare in scena?
“Quando entro in un personaggio cerco anche la crepa che cerca di nascondere, oltre alla sua imperfezione. Cerco la contraddizione umana. Da Pirandello ho imparato che siamo tanti, la maschera rappresenta il conflitto tra l’essere autentico e l’apparire sociale, evidenziando la frammentazione dell’identità umana. La maschera è il simbolo della tensione tra ciò che siamo realmente e ciò che mostriamo agli altri. Da Franca Valeri che l’ironia nasconde spesso una grande fragilità. A me interessa proprio quella: la donna forte che dentro è fragile, quella che ride per non piangere. Perché è quando un personaggio inciampa che diventa vero e il pubblico lo riconosce. La Valeri era avanti anni luce e la considero ancora oggi una delle più iconiche attrici del Novecento. Interprete raffinata e ironica. Da Woody Allen invece, La comicità di Woody Allen non ti fa ridere subito, ti fa pensare e poi sorridere. È una comicità adulta, elegante, intelligente: devi avere gli strumenti per coglierla. Lui ride delle nostre nevrosi più profonde, è elegante e mai volgare. Non fa ridere tutti, e proprio per questo che è per pochi.”

Fare tanti lavori senza perdere il centro
Parallelamente all’attività artistica hai svolto tanti lavori per mantenerti e hai sperimentato fotografia, video, moda, body painting e progetti per aziende. In un mondo in cui spesso si raccontano soltanto i risultati finali, quanto è importante parlare anche del lavoro invisibile, della fatica e della quotidianità necessarie per continuare a credere in un percorso creativo?
“Ho fatto tanti lavori per mantenermi e non me ne sono mai vergognata, anzi. Quel lavoro mi ha salvata. Mentre ricostruivo la mia voce da zero, stare a contatto con la gente, avere un obiettivo concreto, parlare, ascoltare, mi ha ricordato che non ero solo una voce da riparare. Ero una persona che valeva anche fuori dal palco. E poi la fotografia, video, body painting, i progetti per le aziende… Per molti sembrano cose diverse. Per me è sempre stata la stessa ricerca e lo stesso filo conduttore. Il body painting, per esempio, è teatro sulla pelle. La fotografia è imparare a guardarsi ed è una recita muta. La moda è un personaggio che ti cuci addosso. Non ho mai perso il centro, perché il centro non era il lavoro che facevo, era lo sguardo con cui lo facevo. Lo sguardo di chi cerca l’umano, il dettaglio, la storia dietro. Quanto è importante parlare della fatica? Tantissimo. Perché la fatica è il nostro vero maestro. Il risultato finale dura cinque minuti. Gli applausi del pubblico sono il dessert e il momento che dura poco. La quotidianità dura anni. È alzarsi presto, studiare dizione ed imparare un copione a memoria dopo otto ore di lavoro, è crederci quando nessuno ti chiama, è tenere pulito il tuo strumento anche quando nessuno lo vede. La fatica è la prova che ci stai credendo davvero e non molli. Ho fatto tanti lavori per rimanere libera di scegliere il teatro che volevo fare, non quello che dovevo fare per fame.”

Dalla scena alla scrittura: quando le parole diventano proprie
Alla recitazione hai affiancato la scrittura di monologhi, testi teatrali e poesie, alcune delle quali sono state selezionate per la collana “Riflessi”. Che rapporto hai con la scrittura? Ci sono pensieri o emozioni che riesci a dire soltanto quando sei tu a scegliere le parole, senza interpretare quelle di qualcun altro?
“La scrittura c’è sempre stata ma di più quando la voce si era rotta, per dare un suono da un urlo silenzioso. Quando recito sono ospite nelle parole di un altro, quando scrivo sono a casa mia. Ci sono emozioni che non fanno rumore, ma a volte mi ricorda la bambina che ero e che ogni tanto dovrei tirare più fuori. Non cerco la parola più bella, ma quella più vera.”

Officina Show e il desiderio di creare uno spazio proprio
Nel 2022 hai dato vita a Officina Show, un progetto indipendente nato per contaminare teatro, cinema e nuove forme di narrazione. Anche se quell’esperienza si è fermata dopo due anni, hai scritto di volerle dare nuova vita in una forma simile. Cosa ti ha insegnato costruire un progetto tuo e che cosa vorresti conservare — o cambiare — quando arriverà il momento di ripartire?
“Officina Show è stata la mia casa. L’ho creata nel 2022 perché volevo uno spazio mio dove contaminare teatro, cinema e nuovi linguaggi. Mi ha insegnato che un sogno ha bisogno di struttura, di conti, di squadra. Ho dovuto fermarla dopo due anni, e forse non è stato un caso, e mi è costato, ma ho capito che fermarsi non è fallire, è proteggere il seme. Cosa conservo? Il fuoco, l’idea di libertà e contaminazione. Cosa cambio? Prima facevo tutto e assecondavo spesso altre persone dando fiducia. A volte ti va bene e a volte no, ci sta. Domani voglio costruire una struttura più sostenibile, una casa più grande dove non ci sia solo io ma un grande staff e sul palco, non essere solamente io l’unica protagonista ma un palco per tutti. Ci vorrà ancora del tempo. Sono ancora una donna molto paziente che sa aspettare le grandi cose.”

Le esperienze che lasciano una traccia
Nel tuo percorso ci sono progetti artistici molto diversi: eventi dedicati alla musica, lavori audiovisivi, iniziative di sensibilizzazione sulla violenza, workshop cinematografici, spettacoli e progetti fotografici. Tra tutte queste esperienze, quale senti abbia cambiato di più il tuo modo di essere artista e quale, invece, ha cambiato soprattutto la persona?
“Io non mi sono mai sentita un’artista. Sono sempre stata una persona molto sensibile, vera, onesta, anche troppo corretta a volte. Ho studiato tanto proprio per far uscire quel lato di me che non conoscevo, quel lato emozionale, per riuscire a descrivere delle esperienze e magari poter essere un aiuto per altri. È questo che mi interessa. Non sentirmi artista. La persona si migliora sempre. Non per diventare perfetta, perché la perfezione non esiste. Ma per rimanere imperfetta con più maturità e profondità. Il palco non è solo bellezza e immagine, è responsabilità e a volte deve essere anche un rifugio.”

Perdita, memoria e tempo
Nella tua biografia c’è anche un passaggio molto intimo dedicato alla perdita di una persona per te importantissima e al valore del tempo trascorso con chi amiamo. Senza entrare in ciò che non desideri raccontare, cosa ti ha insegnato quell’esperienza sul modo di vivere il presente, i legami e le cose che rimandiamo troppo spesso?
“Per me è sempre difficile rispondere a queste domande a voce, per questo a volte metterlo per iscritto è più semplice. Nella vita ho avuto tanti momenti difficili, tra cui la perdita di una persona importantissima per me, la mia migliore amica. Le sono stata vicino per tutto il tempo della malattia, del calvario. Quello che la vita mi ha insegnato è di non rimandare. Mai. Perché la vita è oggi, è adesso. È come avere un bel vestito nell’armadio e dire ‘me lo metto domani, con calma, quando mi vedo meglio’. E intanto il tempo passa, passa… E magari poi quel vestito non riesci più a metterlo. O non ti piace nemmeno più. Il tempo scorre velocissimo. E non è solo che passano gli anni, che passa l’età. È che noi non sappiamo neanche quante pagine abbiamo ancora da scrivere. Magari venti, magari trenta, magari sessanta. Nessuno lo sa. Per questo dobbiamo goderci la vita al meglio, vivere il presente al massimo. Non come se fosse l’ultimo giorno, ma godendosi il presente mentre guardiamo al futuro.”

Credere ancora nell’amore e nella vita
Nonostante le difficoltà attraversate, scrivi di credere ancora nell’amore e di considerare la vita, nonostante tutto, qualcosa di meraviglioso. Oggi che significato dai alla parola “amore”? E qual è la forma di amore — verso gli altri, verso il lavoro o verso te stessa — che stai imparando più profondamente a coltivare?
“Sì, credo ancora nell’amore. Ostinatamente. Quasi stupidamente, a volte. Oggi amore per me è una scelta. Una scelta quotidiana. La forma di amore che sto imparando più profondamente a coltivare, finalmente, è l’amore verso me stessa. Per una vita ho coltivato l’amore verso gli altri, verso il lavoro, ho dato tutto. Ero sempre quella che diceva ‘sì’, quella brava, quella disponibile. Oggi sto imparando l’amore più difficile. Quello di mettermi quel vestito di cui parlavamo prima, oggi. Non domani. Di dirmi ‘brava’. Di perdonarmi quando non sono perfetta. Di proteggere la mia bolla, non di farla scoppiare per far entrare tutti. Sto imparando che se non mi amo io per prima, in modo solido, imperfetto ma solido, poi non ho davvero niente da dare agli altri. L’amore per noi stessi non è egoismo, è la radice. Se la radice è forte, allora sì, la vita è meravigliosa, nonostante tutto. Perché la guardi con occhi tuoi, finalmente.”

Il prossimo atto
Oggi continui a muoverti tra teatro e audiovisivo e cerchi storie e personaggi capaci di lasciare una traccia. Guardando avanti, c’è un progetto, un ruolo o una forma espressiva che senti ancora di dover incontrare? E se potessi scegliere cosa lasciare al pubblico dopo uno spettacolo, un film o una tua parola scritta, quale emozione vorresti che restasse?
“Di progetti ce ne sono tanti per fortuna. Il ruolo che cerco non è un nome famoso, è una donna vera di oggi, imperfetta, che ha perso e ricominciato, forte e stanca insieme. Siamo in tante così e non ci vediamo mai. E la forma che voglio incontrare è la mia, la regia, la mia scrittura, dove teatro e cinema s’incontrano davvero. Cosa vorrei lasciare? Non tanto la stima e l’ammirazione che sono importanti certo. Vorrei che dopo un mio spettacolo una persona tornasse a casa e si sentisse meno sola. Che pensasse ‘non sono sbagliata’. Vorrei lasciare conforto e quel coraggio gentile di ricominciare. Se lascio questo a una persona sola, allora il mio lavoro ha avuto senso.”
Vorremmo chiudere lasciando a Elisa uno spazio libero: una frase, un pensiero o un messaggio rivolto a chi sta vivendo un momento in cui una strada sembra essersi interrotta e non riesce ancora a vedere quella successiva.
“Se la tua strada sembra interrotta, voglio dirti questo: non si è interrotta, si è trasformata. Quello che stai vivendo adesso, anche se fa male, è già una strada nuova. Sei già dentro. Non devi essere forte subito, puoi restare lì imperfetta. Fai solo una piccola cosa domani, una piccola cosa vera e tua. Mettiti quel vestito. Le strade nuove non iniziano con un grande salto, iniziano con un piccolo passo che è finalmente tuo. Non sei sola.”
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